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Scritture - in dialogo con Glenn Gould

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  scrittura esile/scrittura esule E forse sai anche tu, Glenn, che la follia risiede nei polpastrelli delle dita o in quella docile  sensazione di freddo di chi impugna una penna, come arma contro il disordine che è regola del mondo. Il rigore, Glenn; il rigore è un mantra di cui dimentichiamo sempre qualche sillaba; ne recitiamo frammenti  incompleti e orfani, come se ripetere all'infinito "io non ricordo più" potesse provocare in noi il miracolo della memoria. E le tue note, Glenn,  le tue note,  e le mie parole sono fiocchi di neve al sole.  Lo sai bene tu;  lo so bene io, che canto da sempre l'assenza del canto, la voce roca, la balbuzie cristallina di un rigurgito neonato. Abbiamo entrambi, Glenn, abbiamo entrambi cucito l'abito di un rigore teutonico sulla follia dei nostri  reflussi acidi,  e placcato d'oro l'incapacità di dirsi oltre l'oltre,  al di là dell' aldilà. Eppure, Glenn,  al di là dell' aldilà esiste sola e inconta...

Il monito

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Ph. di Sergio Daniele Donati - Autoritratto Ho nascosto tra le steppe di un sorriso il caucasico richiamo del ritorno alla fonte.           Là, dove lo sguardo           finge di perdersi            in un orizzonte di granito           è la pelle a testimoniare           la devozione al vento.      [ I fuochi la sera  crepitano      di desideri indicibili,      celati dietro l'assenza      di un dio senza nome. ] Abbiamo tutti bisogno a volte del fischio della poiana, del volo senza suono del gufo, e di una carezza invisibile sulle nostre nuche bambine.           Ma attento a non intraprendere           la via sacra e cieca del lombrico           se non sei facile alla rinuncia, ...

(Redazione) - Visioni contemporanee - 04 - A proposito di Salvatore Torretti

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  di Emanuela Maggini (Melita Ruiz) Salvatore Torretti nasce a San Gallo (Svizzera) nel 1964, ma vive e lavora nel Salento, da quando la sua famiglia è tornata in Italia durante la sua adolescenza; consegue la maturità artistica presso l'Istituto Statale d'Arte di Lecce. Per due anni frequenta l’Accademia di Belle Arti della stessa città, ricevendo il titolo di Maestro d'Arte. I suoi interessi per la cultura e l'arte sono stati integrati da studi approfonditi e viaggi in Europa. Nel 1988 presso lo Studio del Canova di Roma espone un'importante mostra che lo rende ampiamente noto al pubblico italiano. Successivamente riceve numerosi inviti a mostre pubbliche e private in Italia e all'estero, tra cui "San Rocco in Arte" (edizione 2009) a Palazzo Ciardi presso Gagliano del Capo. Nell'estate del 1989, la scrittrice italiana Maria Corti (Università di Pavia) lo mette in contatto con l'illustre Professore di Storia dell’arte contemporanea Carlo Franz...

(Redazione) - Poesie di Fornaretto Vieri tratte da "A carbon bianco" (Betti ed., 2025) - con nota critica di Sergio Daniele Donati

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  La poesia di Fornaretto Vieri si muove con una naturalezza complessa tra il quotidiano e il metafisico, tra la precisione del dettaglio e l’apertura vertiginosa del pensiero. È una scrittura che non teme la densità, ma la dosa con un senso innato del ritmo e dell’immagine, così che anche i passaggi più concettuali restano sempre incarnati, sempre aderenti alla materia del mondo. Nei versi di A carbon bianco la realtà non è mai semplice scenario: è un campo di forze, un luogo in cui l’esperienza sensibile si fa continuamente domanda, indizio, soglia. In Cucinando l’atto domestico diventa un laboratorio percettivo. I “f umi picareschi del tegame ” e la cipolla che “ scompagina / le geometrie dei veli ” non sono soltanto immagini culinarie: sono figure di un pensiero che si apre, che si lascia disturbare, che avverte “ qualcosa dentro ” capace di “ accendere il fuoco dell’indagine ”.  L’esitazione finale, quel “ né sai se proseguire o voltar pagina… ”, è la cifra di una poetic...

(Redazione) - 55 - Lo spazio vuoto tra le lettere - Hans Arp, poeta dell’organico: affinità elettive, distanze radicali e risonanze nell’avanguardia novecentesca

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  di Sergio Daniele Donati   Hans Arp - immagine da  Wikipedia Hans Arp – o Jean Arp, nella sua firma francofona – non è un poeta tra gli altri dell’avanguardia, ma un caso esemplare di continuità tra parola e forma vivente. Nato nel 1886 a Strasburgo, crocevia di lingue e culture in una terra contesa, egli incarna la frattura del primo Novecento non come lacerazione nichilista, bensì come germinazione di un disordine fertile, di un “caso” che non distrugge ma ricompone in forme biomorfe, gonfie di respiro naturale.  La sua poesia, scritta indifferentemente in tedesco e francese, si configura come un’estensione verbale della sua scultura e del suo collage: immagini concrete che si dilatano, si contraggono, putrefanno e rigenerano, rifiutando ogni gerarchia tra segno linguistico e segno plastico.  Non si limita a negare la ragione borghese – come il Dadaismo più incendiario – ma la riconduce a uno stato di innocenza primordiale, a un panteismo ironico in cui “le ...

(Redazione) - Su "Imboscati" (Oligo ed., 2026) di Davide Brullo e Alessandro Dehò - nota critica di Rossella Pretto

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Sarà mistero cum gaudio o trauma ritrovarsi esistenti? Esistenti con l'aggravante dei generanti, la chance compiuta o rifiutata: questo sì uno scandalo - e lo senti nel sangue, la senti la colpa di portare alla luce, imperfetti, copie di copie alla Warhol. Non ne hai voluto sapere niente, non l'avresti tollerato, e in fondo te ne dispiace - non per te, ma per la durata che manca alla tua gente, dispersa e terminale. Ma va bene; a tutto - forse- c'è fine. E siamo qui, sul bordo della fossa, a domandare - che sia donata a noi la pace, e: ce ne scampi e liberi! Qui sul bordo o margine di un foglio, tra consumazione e consunzione (pasto e inedia), tra figliare e defogliare. E ci sia foglia come bosco per imparare a dirsi pianta, sasso o cardo. È questo che ti chiedi: che tipo di lotta sia, e perché lotta, estrema e tramortente. Dicono la notte oscura, il monte Carmelo, l'attraversamento dei regni o la povertà. E chi dice che no, la devi amare tutta questa vita a perdere, tu...

(Redazione) - Su "Christopher" (Interlinea ed., 2025) di Matteo Bianchi - nota critica di Rossella Pretto

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Matteo Bianchi, Foto-di-Alessandro-Canzian Si dovrebbe avere ali di farfalla, alla Blanche Dubois, per creare un’ora d’incanto e riuscire a pagarsi il rifugio di una notte. Con lo stesso disperato bisogno, si dovrebbe reggere lo strazio di quanto si perde per resistere a una vita ingorda (o accanita ) che espone inesorabilmente chi si consegna - il faro che illumina per un breve istante e poi ti lascia il tempo di un rimpianto, la dissipazione dell’esserci. In passato, i teatrini / del cuore non scritturavano ombre / ma angeli e demoni in carne e ossa / e da tutte le parti, nella fossa / di chi rammenta, nelle quinte ingombre // di macerie, nei cessi, nel foyer / annerito dagli incendi ferveva / l’incauta vita , direbbe Giovanni Raboni.  E Christopher risponde: Once perky red, the wall outside the “Chez Madame Arthur” theatre, now houses dead flies and faded photos behind cracked glass . Le sue farfalle sono morte, le foto sbiadite dietro vetri infranti. Si deve starci, in Kronos d...