Lettera aperta a Elena Mearini - in occasione dell'uscita della sua raccolta "A molti giorni da ieri" (Marco Saya ed., 2024) - di Sergio Daniele Donati
Elena,
sai bene quanto io fatichi a vestire abiti che, nel profondo, non sento miei, e quanto mi sia difficile, quando il mio sguardo si posa su scritture che mi smuovono i midolli, provare a scriverne nei limiti ristretti e ortodossi di una nota di lettura critica che nel fondo sentirei come una forma di tradimento dei miei moti più spontanei.
Per questo spero che mi perdonerai se questo mio commento alla tua meravigliosa raccolta "A molti giorni da ieri" (Marco Saya ed., 2024) prende il volo per altre vie, con una scrittura a te dedicata, una sorta di lettera aperta in cui far confluire la sacra balbuzie che i tuoi versi hanno sollecitato.
Ciò che cerco, quando una linea poetica altrui mi tocca nel profondo, è una sorta di comunicazione vis a vis, mot à mot, con la poeta – con te e la tua scrittura.
Non è il momento per me, in altre parole, di vestire davanti a te l'abito grigio topo del critico raffazzonato (altri sono i critici seri), ma quello di incontrare il tuo sguardo e le tue parole, come se fossimo uno davanti all'altra, in un bar milanese, magari immersi nel tepore di quella nebbia che, ahimè, Milano non ci offre quasi più.
E quindi ti cito, anche per descrivere il senso di questa mia, e mi arrendo alla bellezza dei versi finali di una delle tue composizioni da me preferite.
Mi arrendo Elena, mi arrendo felice alla tua scrittura, e anzi
(...) mi depongo
dove il qualunque nasce.
Già, perchè la tua poesia, che è poesia della memoria e allo stesso tempo di riflessione sull'esistente, provoca in chi la legge una dolce resa, un senso di profondo appagamento, una sorta di sospirato "finalmente, è stato detto", come quando, dopo dure e vane ricerche, il frutto del nostro scavare terreni umidi, con la cecità del lombrico, ci apre uno spiraglio; ci dona una luce, un frutto maturo, così con una nonchalance disinvolta e naturalezza che paiono vanificare il senso stesso dello sforzo.
Eppure, so che ne sei cosciente, forse senza quello sforzo, non avremmo avuto occhi e sguardo per cogliere il bello nel silenzio di un petalo che cade a terra, di una pelle di biscia in un bosco che ci parla del simbolo del mutamento, di un incontro che pare spontaneo e, invece, è preparato da chissà chi da chissà quanti eoni.
Tutto questo per dirti che, in un certo senso – e forse in altri mille – leggerti per me è stato un punto di arrivo, e sono profondamente commosso di potermi sentire capace di vibrare col suono profondo del tuo diapason poetico; una conferma questa per me di una certa mia etica della lettura e di un percorso nella scrittura iniziato tanto tempo fa.
Per questo il sentimento che più mi muove ora, mentre cerco parole per dire ciò che non saprò mai compiutamente dire sulla tua poesia, è gratitudine.
Sentimento profondo questo, certo, che in me è sorto già dalla prima composizione che qui sotto riporto perchè so che qualcuno ci "sbircia di nascosto" e legge, alla ricerca di un senso in questo mio dire balbuziente.
Lo senti
questo grido di fondo
che mai s'interrompe
come allarme quando
il pericolo è ovunque
lo senti
– andare tra i giovani volti
scomparsi dietro
gli anonimi schermi –
è il verso ferito delle cose
che perdono
poesia dal taglio.
Oh sì, Elena, certo che lo sento.
Lo sento la notte, quando impugno la penna e scrivo, per dar voce alle cose che, in me e fuori di me, piangono l'esigenza di essere dette; sento il grido d'allarme di un altrove reso quasi afono dai tempi anzi, dalla mancanza di tempi, di sacre lentezze.
E sento il pericolo della perdita, della resa, questa volta infelice, all'entropia dell'esistenza.
Eppure – se c'è una cosa che tu offri in dono al lettore sono i tuoi eppure – sento anche nelle tua parole, nei tuoi accapo, spesso serrati e brevi, palpitare una delle funzioni primarie dello scrivere poesia: l'essere lenimento e risvegliata consapevolezza per chi la legge.
E questo, credi per favore al Sergio che ha letto migliaia di raccolte nella sua vita, è davvero dono raro, anzi rarissimo, una scintilla che da poche penne emerge, che accende il fuoco quasi-sacro della rielaborazione del proprio vissuto in chi legge.
E che dire di quella invidia del bianco che io sento sin da piccolo e, tuttavia, solo tu hai saputo descrivere in questa tua meraviglia?
T'infliggi
il castigo dell'ombra
al chiuso della stanza
batti la pietra del silenzio
contro il muro del vicino
colpo a colpo perdi
il tuo ultimo niente
– nessuno risponde
nel giorno di festa –
c'è da invidiare
l'infedeltà del bianco
che facile passa
dalla neve alle nuvole
amando.
Oh sì, certo che potrei. Potrei scrivere per ore dei simboli che qui tu evochi con la sapienza un po' arcana di un'alchimista.
Potrei spendere fiumi di inchiostro su quella mancata risposta, sulla sequenza dei niente e sul silenzio di quella stanza.
Ma la tua è poesia della memoria e non ti prendo in giro se ti dico che, miracolosamente, è anche poesia della mia memoria, non solo della tua.
E leggerti mi ha fatto rivedere – che dico? mi ha fatto rivivere – i respiri di un bimbo di sei anni che da quella stanza è uscito spezzando i pennini delle penne sul foglio – c'era una rabbia nella mia scrittura e troppa pressione sul foglio. Ero incapace di leggerezza ma, scrivendo, e passando per i tuoi bianchi, ne sono uscito.
Capisci ora perchè non posso qui indossare il costume carnevalesco del critico letterario ma devo, quasi fosse un imperativo categorico, parlarti in modo diretto ed aperto, insinuarmi in quella apertura – dai, diciamolo, una discreta voragine – che i tuoi versi hanno creato in me?
Chiudo qui Elena, anche perchè, ci sarà polvere nella stanza, ho gli occhi di nuovo lucidi; lucidi e felici, perchè qualcuno finalmente l'ha scritto, e quel qualcuno sei tu.
Chiudo qui, giocando con te al gioco dell'incontro, tributando gratitudine ai tuoi inchiostri e al tuo sguardo che trafigge e dedicandoti, in questo calembour tra noi in cui chi scrive e chi legge si scambia di continuo i ruoli, dedicandoti, dicevo, i tuoi stessi versi.
Giochiamolo – io non mi sottraggo – questo gioco dell'incontro poetico, consci della bellezza del volo e del rischio della caduta.
Così noi stiamo
sul cornicione del giorno
senza becco né ali
nell'insufficienza
della specie nostra
raccolti tutti
in verticale che trema
– siamo paure in attesa
di muovere il passo –
qui l'incontro si gioca
tra la caduta e il volo.
Tuo dal profondo
Sergio Daniele
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NOTIZIE BIOBIBLIOGRAFICHE
Elena Mearini è autrice di narrativa e poesia. Da diversi anni insegna scrittura creativa, ha lavorato sui percorsi di scrittura autobiografica nelle carceri e in istituti di riabilitazione psichiatrica.
È fondatrice, direttrice e docente della Piccola Accademia di poesia a Milano.
Ha pubblicato sette raccolte di poesie per Liberaria editore e Marco Saya editore, l’ultima “A molti giorni da ieri” Saya editore e otto romanzi: 360 gradi di Rabbia (Excelsior 1881 editore), Undicesimo comandamento (Perdisa Pop editore) vincitore premio Gaia Mancini e Premio Università di Camerino), A testa in giù, (Morellini Editore), Bianca da morire (Cairo editore), È stato breve il nostro lungo viaggio (Cairo editore) finalista premio Scerbanenco, Felice all’infinito (Perrone editore), I passi di mia madre (Morellini editore), Corpo a corpo (Arkadia editore) candidato al Premio Strega 2023, menzione al Premio Giallo Garda 2023.
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